Da Trieste a Danzica, testa alta e pedalare (2)
Seconda parte del racconto del viaggio in solitaria da Trieste a Danzica, lungo l’eurovelo 09

Questo articolo è la seconda parte di un racconto; la prima parte puoi trovarla qui.
Dopo otto giorni di viaggio, attraversate la Slovenia, l’Austria e buona parte della Repubblica Ceca, sono abbastanza allenato: riesco quindi, quando riposo bene, a tenere una buona media, soprattutto la mattina. Parto quindi spedito e dopo un paio d’ore mi fermo per comprare del pane e un dolcetto in un paesino. Al momento del conto mi accorgo che è in złoty: a mia insaputa ho attraversato il confine con la Polonia! È questa l’Europa che mi piace, nazioni senza confini, una assoluta continuità nel paesaggio, sembra impossibile che si parli un’altra lingua, io mi rivolgo sempre in inglese e tutto sommato, con le carte di credito accettate ovunque anche per spese irrisorie, non esiste neanche più il problema del cambio, è solo un mero esercizio matematico, che speriamo venga presto superato con un’ulteriore estensione dell’area Euro.
Proseguo il viaggio per piccole strade tra i campi gialli di colza fiorita, su e giù per colline, con cieli immensi … “e praterie, dove corrono dolcissime le mie malinconie. L’universo trova spazio dentro me…”: mi ritrovo a cantare a squarciagola il testo di Battisti, perché è proprio vero, in questa immensità, nella mia solitudine, le malinconie sono dolcissime e mi sento l’universo dentro. Il piccolo campeggio indicato sulla carta esiste, ma sembra abbandonato… solo una famiglia, sistemata in una roulotte con veranda in un angolo remoto nascosto dagli alberi, mi rassicura sul fatto che posso sistemare la tenda e che non è neanche necessario pagare, non essendoci nessuno alla reception né quel giorno né i prossimi. La sera mi regala un tramonto spettacolare e gli uccelli e le rane del laghetto una piacevole notte. Non vedo in giro prese di corrente, quindi posso ricaricare cellulare e navigatore solo con la powerbank, con una certa ansia di riuscire a farlo a sufficienza. Questo mi fa pensare quanto siamo diventati dipendenti dall’elettricità e come si dovrebbe sempre avere un piano B, io però non ho nemmeno una cartina, per le prime tappe mi ero stampato delle schede ma poi non ho più proseguito, invece mi sento di suggerirlo, almeno quelle potrebbero rivelarsi utili.

La mattina il tempo non è buono, tira vento e fa freddo, esco con difficoltà dal caldo bozzolo del sacco a pelo. Non c’è nessuno in giro, il tempo sembra essersi fermato, vorrei fermarmi con lui… Ma invece devo, anzi, voglio proseguire. Risistemando le borse mi cade l’occhio sui supporti del portapacchi, che non sono simmetrici. Ci impiego un po’ a capire che non si sono piegati loro, ma che una vite è uscita dalla sua sede e non l’ho persa solo perché, per il peso, si è bloccata tra portapacchi e telaio. In effetti con il peso sono ai limiti della portata e probabilmente le sconnessioni delle stradelle di campagna hanno fatto la loro. Comunque non mi abbatto, tra la mia dotazione di “materiali per emergenze” trovo una robusta cinghia da carico che tendo tra l’attacco del portapacchi e il reggisella e sigillo con fascette e nastro da elettricista, creando un sostegno che non mi creerà problemi per il resto del viaggio. È il forte vento che invece mi crea problemi, facendomi procedere a poco più di 10 km all’ora in una tappa in cui dovrei farne oltre un centinaio. Non mi resta che cercare una stazione, sono in una tratta coperta dal treno e la mia destinazione, Wroclaw, è un centro in cui convergono varie linee. L’ostello di Wroclaw è piacevole, il centro è imperdibile, con la caratteristica piazza con le case colorate e numerosi ristoranti, ne trovo uno tra i suggeriti dalla guida online e mi gusto una buona zuppa di goulasch in tazza di pane, oltre che una abbondante porzione di pierogi, i ravioli tipici della Polonia.
Il cattivo tempo prosegue anche il giorno dopo, anzi, la pioggia è più intensa. Da Wroclaw le alternative in treno non mancano, ma voglio comunque restare il più possibile fedele al tracciato della Adriatico-Baltico. Studio un po’ i percorsi e individuata una soluzione percorribile, compro i biglietti online e mi sposto nella vicina stazione. Nonostante fossi in adeguato anticipo, non mi metto a cercare l’ascensore e mi arrischio, incautamente, a salire con la bici carica sulle scale mobili: per poco non cado! A volte basta veramente poco per compromettere un viaggio in bici, una mossa avventata propria o altrui, un pericolo sottovalutato, un imprevisto. Stavolta ci sono andato solo vicino, ma questo episodio mi ricorda di essere sempre molto attento, non solo per la strada ma anche nei trasferimenti.
La traccia in questo tratto alterna strade poco trafficate dove però le auto e soprattutto i camion corrono veloci con lunghi tratti nel bel mezzo della foresta, sotto alti alberi su strade forestali, a volte rese fangose e viscide dal passaggio dei mezzi per il taglio e la raccolta della legna. La sera la cucina dell’ostello è occupata da un improvvisato cuoco molto indaffarato, capirò poi che è uno dei due, eroici, accompagnatori di un gruppo di otto ragazzi down, entusiasti dell’esperienza. In questo come in un paio di altri ostelli, la mia richiesta di un posto sicuro dove riporre la bicicletta è esaudita consentendomi di portarla addirittura in camera.

La ciclabile in uscita dalla città segue la riva bassa del fiume, ma viene presto interrotta da lavori in corso, che mi costringono a risalire sull’argine attraverso una ripida scaletta. La pigrizia di togliere le borse e fare un doppio giro mi porta a rischiare di scivolare giù durante la risalita, ma stringo i denti e riesco a superare l’ostacolo. La traccia poi si sviluppa lungo il bacino artificiale per il canottaggio, per un po’ pedalo a fianco dell’allenatore che incita gli atleti già in acqua la mattina presto. Quindi la pista si inoltra nella foresta che circonda la città, per poi proseguire in campagna, dove una volpe mi attraversa la strada a pochi metri dalla ruota anteriore. Intanto minacciosi nuvoloni neri si stagliano nel cielo. Ben presto si leva un forte vento, vedo la pioggia farsi sempre più vicina, non ci sono posti per ripararsi. Per fortuna la tempesta mi raggiunge in prossimità di una casa in costruzione, mi riparo dal lato sottovento, l’intensità della pioggia aumenta, è un vero uragano, che ben presto si trasforma in fitta grandinata. Mi accovaccio per ripararmi meglio, finché, così veloce com’è venuta, la burrasca si placa. Riparto quando le ultime gocce si fanno più rade e poco dopo riprende a splendere il sole: non sono mai stato così felice di rivedere la mia ombra. Mi tengo gli indumenti impermeabili ancora un po’, per farli asciugare bene prima di riporli.
Raggiungo infine il grande lago dove la mappa online segnala un paio di campeggi. Il primo sembra non esistere, chiedo a due pescatori e mi danno indicazioni per un campeggio forse aperto a 5 chilometri. In effetti questo esiste, ma nessun alla reception, solo un avventore abituale che sta montando la veranda della roulotte. Mi avvicino e chiedo informazioni, mi indica la piazzola vicina e una prolunga sotto un’altra roulotte per la corrente. In cambio lo aiuto nell’issare il telo. Mano a mano che salgo al nord le notti sono sempre più fredde, la scelta di risparmiare mezzo chilo di peso prendendo un sacco a pelo più leggero non si rivela azzeccata, ma questo è e me ne faccio una ragione.

La mattina successiva costeggio ancora per qualche chilometro il lago, poi non trovo tracce di ciclabile e proseguo per oltre 50 chilometri a bordo di una strada in cui le auto sfrecciano a velocità talmente alta che le vedo quando ormai mi stanno superando. I camion invece li sento arrivare, scalano la marcia e imballano il motore, allora quando posso mi fermo e scendo dalla carreggiata per lasciarli passare. Imbocco qualche scorciatoia fidandomi della mappa online, ma il perlopiù si rivelano tracce fantasma o con ostacoli insormontabili, come un ponticello di legno crollato che mi costringe a ritornare sui miei passi per quasi due chilometri. Finalmente incrocio un cartello evidente della ciclabile, che si inoltra ad una curva della strada nella foresta. Il fondo però è in cattivissime condizioni, procedo a fatica, quasi rimpiango il più agevole asfalto, nonostante i rischi del traffico automobilistico. È il passaggio di una famiglia di daini che mi riappacifica con il sentiero naturale, me lo godo fino a che raggiungo le rive della Vistola.
Poco dopo si staglia dall’altra parte di un lungo ponte Torun, la città di Copernico. Qui ho trovato alloggio in un ostello forse troppo economico per non risultare malfrequentato, ma la stanchezza ha il sopravvento e riesco lo stesso a riposare. Non sono sempre riuscito, o meglio non sempre ho trovato il tempo e la voglia, di leggere i giornali online la mattina. Ma quel giorno lo ricordo bene, perché la tragica notizia della scomparsa del figlio di un collega che stimo mi peserà per un bel po’ come un macigno, mentre un velo di lacrime più volte nel corso della giornata mi offuscherà la vista. Sono quegli eventi che ti riportano alla caducità della vita, la soddisfazione per la grande distanza che hai percorso si trasforma nell’ansia per la lontananza, nell’impossibilità di esserci per condividere quando potrebbe accadere.
Per lungo tempo il paesaggio mi passa davanti triste e monotono, mi riprendo solo quando devo dare fondo a tutte le mie energie per superare una collinetta dove il recente abbattimento di alberi ed il lavoro dei forestali ha cancellato ogni traccia del sentiero, che riprenderò con non poca fatica dopo un’affannosa ricerca. Il campeggio questa volta è proprio chiuso e non c’è altro modo, visto che peraltro si stava facendo tardi, che accamparsi nei dintorni. Il proprietario del campo si accorge della presenza di uno sconosciuto richiamato dall’abbaiare del cane, ma constatato che ero innocuo mi concede di restare. Sarà la notte più fredda che passerò: la mattina la tenda ha un sottile strato di brina, ancora una volta provvidenziale il fornellino per concludere ed iniziare la giornata con un pasto caldo. Riesco a scaldarmi pedalando, alternando tratti sterrati nella foresta con piste asfaltate sugli argini del fiume. Per raggiungere Tczew dall’altra parte del largo alveo, mi accorgo che il ponte stradale è in ricostruzione. Si tratta di un ponte storico: quando fu inaugurato, nel 1857, con i suoi 837 metri era uno dei più lunghi d’Europa.
Il cartello della ciclabile è equivoco, la traccia gps invece chiaramente la identifica sul ponte ferroviario. Finito il ponte una rete ed un cancello chiuso mi impediscono di raggiungere la strada che vedo a pochi metri, non c’è modo di superarli. Mi allungo con cautela a fianco dei binari, sul limite della massicciata, fino a che vedo un passaggio nella rete, probabilmente usato da altri prima di me. Accedo ad un cortile privato, dove intravvedo l’uscita sulla strada, scusandomi con i residenti che si sono subito accorti dell’intrusione. Probabilmente lungo il tracciato raccolgo qualche detrito, fatto sta che la camera d’aria si sgonfia rapidamente, proprio in prossimità di un gommista, che si offre si aiutarmi non appena mi vede alle prese con la riparazione. Nella sua foga usa una tecnica automobilistica e qualche chilometro dopo la camera d’aria cede definitivamente: non mi resta che sostituirla, ma dopo quasi millecinquecento chilometri una sola doppia foratura è da considerarsi il minimo sindacale.
Gli ultimi 15 chilometri, che mi porteranno al centro della città di Danzica, seguono una piacevole passeggiata lungo un canale, forse lo stesso che ritroverò, dopo averlo perso per qualche centinaio di metri, in prossimità dell’ostello. Il mio viaggio in solitaria da Trieste a Danzica finisce così, come un corso d’acqua che sfocia nel mare, con grande naturalezza e serenità, dopo avere attraversato nazioni, aver percorso chilometri e chilometri tra città, campagne e foreste. Sono partito con l’obiettivo di riconnettermi con me stesso e mi sono ritrovato, grazie alle ore sui pedali, alle sudate, alla fatica e al freddo. La bicicletta è diventata un’estensione del mio corpo, un’antenna che mi ha consentito di sintonizzarmi con la natura e con i paesaggi, mi riprometto di continuare ad usarla così, godendo fino in fondo delle emozioni che mi ha donato e mi donerà.
EPILOGO
Grazie al tratto in treno da Wroclaw, sono arrivato a Danzica un giorno prima del previsto e questo mi ha consentito di fare una sorpresa a mia moglie che arrivava in aeroporto il giorno dopo andandola a prendere. L’incontro sarà uno dei più emozionanti della nostra vita. Lasciata la bicicletta a Danzica in un negozio che appronterà lo scatolone per il trasporto, trascorreremo 10 giorni vagabondando per le grandi città del Nord, godendoci tre giorni in una Danzica che si rivelerà splendida e spostandoci poi a Stoccolma, Göteborg, Malmö e Copenaghen, dove ci raggiungerà nostra figlia grande, in tirocinio a Helsinki. Ritornerò a prendere la bici con un volo estremamente economico da Copenhagen, per riportarla impacchettata in aereo fino a Bergamo, da dove raggiungerò Verona in treno. Dopo tutte le ciclabili che ho percorso, quelle della nostra città mi sembreranno ancora più misere e insufficienti, ma ho raccolto molte idee per migliorarle!
di Marco Muratore
(da Ruotalibera 184 – gennaio-aprile 2025)