Il punto del Presidente

Lentezze

Il Punto - Ruotalibera 156

Essere lenti è un bene o un male? Dalla Rivoluzione Industriale il mondo occidentale sembra pervaso da una smania di rapidità. C’è anche chi ha giocato sul binomio “rock-lento” facendoli sinonimi di “buono-cattivo”, “adeguato-obsoleto”. Come in una sorta di Futurismo perenne è bene ciò che è veloce e scorrevole, e così ad esempio “fluidificare il traffico” è l’imperativo categorico, il fine ultimo da perseguire per ogni buon ingegnere della mobilità.

A mettere un po’ di (provvidenziale) disordine in questo schema cartesiano è arrivata negli ultimi anni la slow mobility – “mobilità lenta” come viene di solito definita quella a piedi o in bici (anche se ci sarebbe da discutere se tra corso Milano e piazza Bra sia più lento spostarsi in auto o in bici…) – che sommessamente ha iniziato a reclamare maggior tutela, anche sulla base di statistiche allarmanti: da un lato le nostre città sono luoghi via via più inquinati e insicuri, principalmente a causa di mezzi privati a motore sempre più numerosi, grossi e veloci, oltre che distratti per insonorizzazione esterna o uso di arnesi di “distrazione di massa” come smartphone, tablet e così via; e dall’altro i problemi legati alla sedentarietà stanno diventando un vero flagello sociale, sia economico che umano.

Una soluzione a portata di mano per combattere assieme queste due emergenze è proprio quella di limitare gli spostamenti in auto e aumentare quelli “lenti”. Ma a questa “utenza debole” va garantita sufficiente sicurezza, affinché muoversi in modo sostenibile risulti vantaggioso e piacevole e non comporti rischi per l’incolumità.

Dunque, che fare? Le amministrazioni si sono trovate questa patata bollente in mano: spiegare alla gente che, sì è vero, la si è indotta ad acquistare anche due o tre auto a famiglia, ma ormai non è più possibile usarle sempre e dovunque. Ora, si sa, purtroppo quando si concedono comodità non è facile tornare indietro senza affrontare reazioni stizzite… Quello del consenso è sempre un argomento delicato, ma ci sono situazioni in cui bisogna comunque intervenire.

Lo scorso 3 dicembre si è tenuto a Verona il primo dei sei Mobility Day indetti dal Comune: una domenica con le auto tenute fuori dal perimetro tra le Mura Magistrali e l’ansa dell’Adige. Una folla di persone che, a piedi o in bici, si godeva un centro cittadino insolitamente libero dal traffico. Com’è andata? Qualche protesta rumorosa, ma anche appelli ad allargare l’esperimento ai quartieri, e il mondo dei commercianti che “lentamente” inizia a capire che il futuro del centro anche per gli affari è proprio quello di tornare ad essere quello che è stato per secoli, un “luogo lento” dove la gente si possa muovere serenamente all’aria aperta per parlare, guardarsi attorno e fare compere godendo delle bellezze di un luogo dalla lunga storia. Chissà che ora non si riesca a passare dalle domeniche ai lunedì! E magari fare anche un serio lavoro di ripensamento della mobilità cittadina con l’imminente avvio dell’iter del PUMS (Piano Urbano della Mobilità Sostenibile).

Ma forse nel frattempo l’ingegnere della mobilità è sempre lì che si deve preoccupare di come “fluidificare il traffico”… Ebbene, non più: poco prima di Natale è stata approvata la Legge Quadro sulla Mobilità Ciclistica, che d’ora in poi nella pianificazione viene finalmente messa sullo stesso piano di quella a motore. Così da oggi il nostro ingegnere, oltre alla fluidità del traffico dovrà anche garantire un’efficiente e sicura mobilità “lenta”. È un importante cambio di vedute che ci fa iniziare il 2018 con interessanti prospettive di evoluzione su questi temi. Nell’augurio, che formulo di cuore a chi legge, che il nuovo anno porti a tutti serenità e fortuna.

(da Ruotalibera 156 – gennaio/febbraio 2018)

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