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Mobilityamoci

La prima rassegna dei Mobility Day organizzata dall’amministrazione comunale di Verona tra fine 2017 e inizio 2018 era stata un incoraggiante segnale di novità dopo un decennio di totale disinteresse al tema. Questa seconda, partita in ottobre, suona un po’ meno bene perché, al di là delle buone intenzioni educative, dà anche la misura della sostanziale stasi nel miglioramento della mobilità cittadina. Tra l’altro, se in queste domeniche il centro storico gode di un’atmosfera quasi idilliaca, basta vedere il caos che si crea all’incrocio di Porta Nuova, con le auto lasciate arrivare fin lì e poi dirottate tra proteste e malumori sulla circonvallazione e altre strade esterne, per capire quanto questo idillio sia in realtà una bolla di cui gode il centro ma non i quartieri, finendo per acuire la distanza tra i trattamenti riservati all’intra-muros e alla prima periferia.

Ma cosa si sta facendo in concreto per migliorare la vita quotidiana (non solo domenicale) di chi sceglie di muoversi a Verona in modo attivo, contribuendo davvero a rendere la città meno caotica e inquinata? Al di là dei Mobility Day festivi, di qualche bonario incoraggiamento (il messaggio “Usa la Bici – Rimani in forma e riduci l’inquinamento” che da un po’ appare sui pannelli luminosi delle nostre strade) e di qualche iniziativa parziale (ad esempio nell’accompagnamento scolastico in bici), per ora francamente si vede poco. Purtroppo manca ancora la volontà (il coraggio?) di prendere provvedimenti che limitino in modo tangibile il traffico privato a motore in area urbana, e – nell’attesa degli annunciati lavori per tre nuove ciclabili – mancano segnali di miglioramento della sicurezza dei percorsi cittadini, affinché muoversi in bici non sia una scelta tra lo scorretto contendere il marciapiedi ai pedoni o l’immergersi in un traffico sempre più nervoso e distratto. La gente (penso in particolare ai lavoratori, ma anche agli studenti e ai loro genitori) non sceglie di usare di più la bici semplicemente perché gli si dice di farlo, ma solo quando percepisce che è diventato un modo di muoversi vantaggioso e sicuro: vantaggioso perché più rapido e meno penalizzato dell’auto privata, e sicuro perché ragionevolmente al riparo dai rischi legati alla velocità e prossimità dei veicoli a motore.

Andando sul concreto, qualche domanda… Fino a quando a Verona lasceremo arrivare interminabili file di auto davanti alle nostre scuole, senza creare ampie zone senza traffico attorno ad esse? Fino a quando si permetterà l’esistenza di grandi parcheggi pubblici nel cuore cittadino, con quelli esterni poco usati? Fino a quando si potrà entrare liberamente in auto entro le mura magistrali? Incoraggiare l’uso urbano dell’auto elettrica è una buona idea o è solo un modo apparente di affrontare il problema del traffico e della congestione della sosta? Non si potrebbero destinare delle risorse per incentivare chi va al lavoro in bici con un premio in denaro in base alla distanza percorsa (il Bike-to-Work, che a Legnago esiste e funziona da un paio d’anni)? Quando si capirà che per far aumentare i ciclisti serve una vera rete (ramificata, pratica e senza interruzioni) di percorsi ciclabili, un’agevolazione dei transiti come il “contro-senso ciclabile” (vedi via Cesiolo e via Provolo), e una limitazione della velocità a 30 km/h nel centro storico? E ci fermiamo qui…

Nell’attesa che vengano compiuti passi significativi in queste direzioni… Cari amici, il nostro invito è di continuare a mobility-arci anche e soprattutto nella nostra vita quotidiana dei giorni feriali: perché se è vero che a Verona la condizione dei ciclisti non è ancora così rosea, è anche vero che più siamo più veniamo percepiti come forza di cambiamento con cui fare i conti.

(da Ruotalibera 160 – novembre/dicembre 2018)

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